UNA DI NOI

EVA

…la mia prima reazione è stata:

«Ah, no…io non vado con quelli lì che vanno in piazza…»

Sono nata nel ’68 a Palmanova ma abito a Gonars. La mia famiglia è friulana, di Gonars tutti e due, un padre e una madre che han sempre vissuto in paese. Operai, persone semplici. Ho due fratelli, un maschio e una femmina, tutti più grandi di me.

L’ho detto a sedici anni a mia madre ed è stato decisamente tremendo. Capivo che mi piacevano le donne già da un paio d’anni, ma non avevo ancora preso coscienza. L’ho realizzato dentro di me più o meno a quell’età lì, a sedici anni, quando mi sono innamorata della mia compagna di banco praticamente. E lì ho preso coscienza, nel senso che ho detto: «Oddio, sono una lesbica!». Ho avuto una crisi esistenziale in quel momento: da brava ragazza che ero, diligente, affidabile, su cui si poteva contare, ho cambiato carattere. Ho cominciato a marinare la scuola, cosa che non avevo mai fatto, e a non studiare, proprio perchè stavo male. La prima reazione che ho avuto quando mi sono resa conto di essere lesbica è stata dire: «Oddio, sono un mostro, uno di quelli là!». Più che un rifiuto era un dire: «Oddio, appartengo a quella categoria di mostri…».

Dopo sei, sette mesi che marinavo la scuola, mia madre mi ha chiesto cosa avessi, perché pensava andassi a prostituirmi a Udine. Per mia madre andare a Udine era andare nella città della perdizione, dove c’era la droga, la prostituzione. Quando mi ha detto così, mi sono sentita offesa, ho detto: «Io non faccio quelle cose!», e lei mi ha risposto: «Allora ti droghi!». E allora le ho detto che mi piacciono le donne e la sua reazione è stata dirmi che mi preferiva puttana. Ci sono rimasta male ovviamente… ho detto: «Cavolo, allora veramente sono un mostro!», ma nello stesso tempo ho pensato: «Uhm, però questa cosa non mi piace, mi fa girare le scatole…». E’ stata una cosa contemporanea: da un lato il dolore, pensare che mia madre mi preferiva puttana, dall’altro però l’ho considerata subito una cosa ingiusta e lì c’è stato il primo germe di ribellione verso il pregiudizio nei confronti dell’omosessualità, anche se l’ho rielaborato molto più tardi.

Dopo aver visto la reazione di mia madre non ne ho più parlato per diversi anni, anche perché non avevo contatti con l’ambiente omosessuale: io mi ero innamorata di questa compagna di banco, l’avevo detto a lei e per fortuna mi ha accettato tranquillamente, era una bella persona, non mi ha discriminato. Poi l’ho detto ad un’altra compagna, ho cominciato con gli amici, con le compagne di scuola. Ma alla fine ho mollato gli studi perché con questa crisi non riuscivo più a studiare e sono andata a lavorare, non ce la facevo più. La crisi è scoppiata proprio per questo grande amore impossibile, che ho dovuto rielaborare per un paio d’anni: lei era etero e non poteva darmi ciò di cui avevo bisogno e quindi in qualche modo dovevo uscirne. E’ stata molto dura, non potevo parlarne con nessuno, ero sola: con le amiche etero di quel tempo non ne parlavo, ero molto isolata. E poi vivevo in paese, non conoscevo nessun gay.

La prima esperienzina invece, un bacio lesbico, l’ho avuta più o meno verso i diciassette anni, quando ormai avevo cominciato a lavorare. Non avevo molti soldi e allora per farmi una vacanza ho partecipato a una di quelle cose di paese, quegli incontri cattolici, vai a Roma e fai una settimana di ritiro spirituale. Siamo andate in una specie di convento anzi, una scuola dove vivevano delle suore. Visto che era gratis… sono andata perché a Roma io volevo vedere la città, del ritiro spirituale non me ne fregava. Lì ho incontrato una ragazza che veniva dalla Sardegna e c’è stato il classico colpo di fulmine: una bella ragazza… etero… alla sera si stava un po’ insieme dopo cena a parlare tranquillamente, e io ho puntato subito su di lei, ho cercato di creare un bel rapporto. Lei ha accettato questa amicizia senza tanti problemi, anche quando, verso fine settimana, le ho detto che ero lesbica e che c’era questa attrazione: ha avuto una reazione carina, mi ha accettato tranquillamente. L’ultima sera che stavamo insieme però, lei era un po’ strana: ci siam fermate a parlare un po’ da sole prima di andare a dormire, come facevamo tutte le sere anche fino alle due, tre di notte, e allora lei mi ha baciata. Mi ha detto che era la prima volta che le capitava, voleva provare… poi però ci siam tenute in contatto, ci siam scritte e lei mi ha detto che non capiva cosa le era successo, probabilmente mi aveva voluto troppo bene come amica e alla fine si è messa con un ragazzo. A raccontarla ancora adesso mi fa ridere: in un convento di suore, con una ragazza etero, il primo bacio…

In realtà poi sono rimasta casta e pura fino ai 23 anni perchè ho cominciato a lavorare, uscivo con una compagnia di amici etero del paese e facevo finta di essere etero. Non parlavo di me, avevo perso i miei contatti con gli amici della scuola a parte una ragazza, con la quale ci si vedeva saltuariamente, ma per il resto non avevo nessun punto di riferimento. Conducevo una vita castrata, facevo finta di divertirmi. Uscivo con questa compagnia di ragazzi, tra l’altro tutti maschi perché mi divertivo più con loro che con le ragazze. Però non vivevo la mia vita, non mi confidavo con nessuno e mi sentivo molto castrata nella vita sentimentale. Una vita senza espressione, insomma, che avevo paura di vivere…

Quella volta libri sull’argomento ce n’erano pochissimi o trattavano l’argomento senza citarlo; la stampa non ne parlava, la tv nemmeno… è successo tutto negli ultimi quindici anni, allora era tabù. Finché, a 21 anni, questa mia amica, con cui avevo mantenuto i contatti dalle superiori, ha incontrato all’università uno dei fondatori dell’Arcigay di Udine, Filippo, che era di Firenze ma studiava a Udine. Lui le ha detto subito che era omosessuale, era già un “tranquillone”, e allora lei ha pensato a me ed è venuta a dirmi: «Ma lo sai che esiste un’associazione a Udine…». In contemporanea avevo letto sulla “Bancarella” di questa cosa, perché all’epoca era lì che si mettevano gli annunci. La mia prima reazione è stata: «Ah, no, io non vado con quelli lì che vanno in piazza!». Poi in realtà ci ho pensato due, tre giorni e alla fine ho telefonato, così, per sentire chi erano. E sono andata su.

Quella volta l’associazione si trovava in un appartamento condiviso con altri gruppi e ci si incontrava il giovedì sera. Ma quando sono andata su, erano tutti maschi, non c’era neanche una donna. Ho cominciato a frequentare lo stesso, nonostante apparisse una ragazza solo ogni tanto, anzi, credo di averne conosciute col tempo solo due o tre, non di più. Ma continuavo ad andare, perché vedevo che mi fortificavo: anzitutto mi trovavo in mezzo a persone con cui potevo ridere, scherzare, si poteva anche soltanto dire la parola “omosessuale”. E poi apprendevo, perché organizzavamo delle serate in cui si parlava, c’erano dei temi da trattare, per cui diciamo che cominciavo a costruire la mia cultura omosessuale. Già il fatto di incontrarmi in un posto con gente come me mi ha fortificato un casino… Fuori c’era veramente il deserto, e infatti molte volte non vedevo l’ora che arrivasse il giovedì per avere questa oretta che mi dava l’energia per sopravvivere in quella che era diventata un’apatia, non la mia vita…

L’ambiente femminile all’inizio lo trovavo abbastanza ostico, quelle poche ragazze che avevo conosciuto allora, mi facevano paura: questo perché, mentre i maschietti non avevano difficoltà a fare comunità, le donne si tenevano sempre un po’ in disparte. E’ allora che ho capito che le donne “funzionavano” a gruppi nei salotti delle proprie case: le lesbiche che c’erano non avevano luoghi, si conoscevano tra di loro e finivano nel salotto di qualcuna e quindi diventavano dei gruppi abbastanza selettivi e chiusi. Per me era abbastanza difficile entrarvi perché ero piuttosto timida e poi perché, preferivo, a livello di idea, la comunità pubblica che il salotto privato di una casa: mi sapeva di chiusura, di nascondiglio. Se eri simpatica, se eri carina e magari qualcuna ci provava con te ci entravi, altrimenti eri esclusa.

Io ho rifiutato subito l’idea, questo modo di vivere delle lesbiche di allora, e ho continuato a frequentare l’associazione anche se venivano poche donne. Per me era importante che ci fosse un luogo pubblico dove gli omosessuali si potessero incontrare, un posto dove qualsiasi persona, antipatica, simpatica, brutta, carina, di sinistra o di destra, potesse avere un punto di riferimento. Credo ci voglia un posto dove si possa parlare dei problemi e chiamarli col loro nome. Proprio questo, a livello personale, è quello che mi ha fatto combattere di più per l’associazione.

Molte volte, contro l’associazione ho sentito dire: «Io non mi sento discriminata. Il fatto che io sia così è un fatto privato. A me non interessa andare a dirlo in giro». Ecco, la puoi pensare così, però io credo che sia un atteggiamento sbagliato, un modo per non affrontare la tua dignità: è un fatto tuo privato, ok, però lo tieni nascosto e alla società va bene finché tu lo tieni nascosto. Invece dovrebbe essere diverso, dovresti poter non vergognarti di essere lesbica, gay, bisessuale, transessuale, pretendere dei diritti, chiedere di poter essere ciò che sei, con la parrucca blu oppure vestito con la cravatta, oppure pretendere di sposare una donna o vivere con un uomo o con una donna. Ho trovato molto spesso negli anni passati, anche adesso, questa presa di posizione contro l’associazione. Io sono per il raggiungimento di uguali diritti, anche a piccoli passi, perché so bene che non è facile: affinché diventi normale girare per strada tenendosi per mano, oppure anziché chiederti: «Hai il ragazzo?», ti chiedano: «Con chi stai?», premettendo dentro di sé che potresti stare con un ragazzo o con una ragazza.

Ricordo una volta, ero dalla parrucchiera e ho scioccato la mia vicina di casco… mi fa: «Ma sei sposata?», e io: «Eh, no. Non posso!». E lei mi guarda di brutto, come per dire: «Come non puoi?!», e io le dico: «Lo stato italiano non me lo permette…». Mi ha guardato con uno sguardo ancora più brutto, chissà cosa avrà pensato.. E allora le ho detto: «Ma no, non ti preoccupare, non ho fatto niente di male, è solo che sono lesbica!». E’ diventata rossa in viso e ha smesso di parlarmi…

Un’altra occasione in cui ho sorriso davvero di cuore è stato quando, intervistata da un giornale, ho lasciato l’articolo in bella vista dove lavoravo e una mia collega mi fa: «Ma senti… non è che per caso sei tu quella dell’intervista?», lei scherzava, non se l’era nemmeno immaginato! Quando le ho detto di sì, per mezz’ora è andata in crisi esistenziale, stava male davvero! Dopo un po’ di tempo ha ripreso ad avvicinarmi, voleva fare la solidale, aveva un carattere protettivo e mi diceva: «Ma veramente, anch’io quando avevo tredici anni ho avuto un’infatuazione per un’amica, ma era soltanto un’infatuazione… perché sai, lei era più bella di me, piaceva di più, io penso che sia stato soltanto per quello…», come per dire: «Vedrai, passa anche a te!». E quando le dicevo che a me non poteva passare, lei mi diceva: «Sì, ma non andare sui giornali, non andare a fare la pioniera di queste cose… perché a fare i pionieri si paga a caro prezzo…». Lei mi voleva proteggere, mi faceva tenerezza e contemporaneamente non condividevo la sua opinione, perché è solo mostrandosi per quelli che si è veramente alle persone con cui relazioniamo, che si può cambiare il pregiudizio verso di noi. Purtroppo tra gli etero capita spesso la confessione che a tredici, quattordici anni hanno avuto un’infatuazione per una persona del proprio sesso, cosa che capita credo quasi a tutti, è legittimo nel periodo della trasformazione. Però ci sono quelli che la usano per dirti: «Io son guarito, tu no…» e quelli che invece dicono: «Vedrai poi passa…». Purtroppo c’è un’ignoranza totale sulla sessualità in Italia.

Tornando ai primi tempi con l’associazione, ad un certo punto ho cominciato a far parte del direttivo Arcigay perché ero l’unica donna e i ragazzi mi dicevano: «Dai, ci vuole una donna nell’organizzazione…». Ma non facevo grandi cose, era più presenza femminile, in realtà non sapevo come agire. Diciamo che in quegli anni ho appreso molto.

Dopo qualche tempo ho cominciato ad avere le prime storie e chiaramente dal punto di vista personale è andata in meglio perché le prime esperienze ti fortificano, ti formano. Attraverso l’associazione sono andata al mio primo incontro nazionale dove ho incontrato una ragazza con cui ho avuto una relazione corta ma molto incisiva dal punto di vista femminista mio personale. Lei faceva parte del direttivo nazionale Arcigay ed era molto più tosta di me e mi ha fatto capire molte cose, dall’importanza del femminismo, che ancora oggi viene vissuto come qualcosa di negativo, anche per l’autodeterminazione della donna, all’importanza di chiamarsi lesbica anziché nascondersi dietro la parola gay. E poi mi ha aperto gli occhi sulla mia femminilità: una donna che scopre di amare una donna non è nata nel corpo sbagliato, non è un uomo mancato, ma è completamente donna, semplicemente ha quel tipo di femminilità.

Quella ragazza mi ha dato delle semplici illuminazioni che poi mi sono servite per liberarmi da una cultura, quella povera, operaia, che certe cose non le comprendeva. Quando è finita questa storia ho ripreso a collaborare con l’associazione con più determinazione per cercare di creare un gruppo di donne. In più, frequentando Bologna, avevo conosciuto anche le separatiste. Cosa sono le separatiste? Erano dei gruppi di lesbiche che non volevano assolutamente avere nulla a che fare con i maschi e quindi dicevano no alla politica perché è maschile ad esempio… ora ce n’è qualche gruppo esile… Perché me ne sono interessata? Perché non condividevo questo separatismo assoluto e ancora adesso non lo concepisco, però avevo capito che in fondo anche quello aveva un valore. La loro filosofia è: “io vivo in un mondo fatto di maschi, in una famiglia patriarcale, in una società patriarcale… voglio ritagliarmi un pezzo di mondo solo per me, almeno due ore la settimana”. E allora in quel senso gli ho dato ragione e ho capito che c’era l’esigenza, per chi aveva quella coscienza, di tirare fuori la propria parte femminile in questo mondo che è sempre stato oppressore nei confronti delle donne.

E quindi, mentre prima non capivo perchè le donne non si avvicinassero all’associazione, poi ho cominciato io ad avvicinarmi a loro. Ho capito che forse creando cose che fossero solo nostre avrebbero attecchito di più, cosa che ancora non accadeva. Più tardi ho lasciato l’associazione per quasi tre anni un po’ perché mi avevano deluso certi atteggiamenti, un po’ perché avevo iniziato una bella storia, seria, con una ragazza di Trieste in cui finalmente riuscivo a dare e ricevere amore. E’ stata una bella storia ma verso la fine mi ricordo che ha cominciato a mancarmi la militanza e ho capito che non potevo stare tutta la vita sul divano, non potevo stare senza fare qualcosa per gli omosessuali. Finita questa storia sono tornata a Udine e lì ho preso ancora più coscienza che bisognasse creare qualcosa che fosse solo per le donne, anche se non divise come le separatiste. In contemporanea la scissione tra Arcigay e Arcilesbica è avvenuta anche a livello nazionale. Era la fine del ’98.

Niente di doloroso, è stata una scommessa, piuttosto, da parte di Arcilesbica nazionale perché, come succedeva in tutti i circoli, finché facevi cose miste, le donne non attecchivano. Una scommessa anche per far agire le donne, che prima tendevano a demandare tutto ai maschi. Per un po’ si è rimasti così, in transumanza tra Arcigay e Arcilesbica. Anche Arcilesbica Udine è un’associazione iscritta in comune solo nel 2004, quando si è formato un direttivo con un tot numero di persone ecc…

Contemporaneamente la società ha cominciato a cambiare, nel senso che ricordo quando ero adolescente e trovavi un articolo che parlava di gay sul giornale, lo strappavi e lo mettevi da parte, non capitava quasi mai. Poi hanno cominciato ad uscire i film sugli omosessuali, la tv ha cominciato a parlarne di più e anche la società è cambiata.

Anche per noi di Udine con Arcilesbica è stata una scommessa: mancando la tradizione, l’esperienza, cosa credi di fare? E non sai mai se fai giusto o sbagliato… ho dovuto imparare anch’io. Secondo me le donne, inconsciamente, vivono una certa sudditanza rispetto agli uomini, anche se non l’ammettono. E infatti poi abbiam visto che facendo le conferenze solo per donne o le feste solo per donne, le donne han cominciato ad apparire. Credo sia una cosa positiva per certi versi, nel senso che vedo che quando le donne si trovano da sole in un posto, finalmente si ritrovano padrone del loro spazio; ma nello stesso tempo mi rendo conto delle difficoltà che ci sono, del fatto che noi donne non siamo abituate a stare tra di noi: fino a quattro o cinque anni fa ogni volta che si tentava di fare qualcosa si finiva per litigare, mancava una collaborazione paritaria, c’era sempre qualcosa che non andava. Mentre adesso le donne, pian piano, cominciano a sentire questo desiderio di comunità, che magari si concretizza nel sabato sera in discoteca. Quello che mi fa piacere è che molte di loro non sono estremiste, piuttosto sono inconsciamente femministe: se glielo chiedi ti rispondono di no, non sanno nemmeno cos’è il femminismo, oppure ti rispondono che le femministe sono quelle cattive… però potendo vivere questi momenti da sole, penso che inconsciamente venga fuori questo loro femminismo, anche se non se ne rendono conto. E non è una cosa negativa, è tirare fuori la propria femminilità nel modo più spontaneo e naturale, senza direzioni politiche o altro.

Da quando è nata Arcilesbica, come iscritte siamo sempre state pochissime perché, a differenza dei maschietti che vanno a iscriversi nelle saune o nei locali, noi non abbiamo locali, quindi chi si iscrive lo fa proprio perché ha intenzione di iscriversi all’associazione. Di media abbiamo trenta, quaranta socie l’anno, a volte anche meno. Mentre le militanti sono poche: adesso abbiamo un direttivo di nove persone e diciamo che in tutto le persone interessate che vengono alle conferenze sono una cinquantina. Le militanti sono sempre poche purtroppo, ma è normale in tutte le associazioni che fanno volontariato… A dire la verità però sono contenta del gruppo che c’è: ormai sono due anni che esiste, deve ancora crescere per certi versi, ma sono loro molto grata: la loro partecipazione mi rende orgogliosa e mi da felicità.

Manca forse la partecipazione delle giovanissime che adesso con internet hanno modo di incontrarsi tra di loro senza la mediazione dell’associazione. Quello che noto delle giovani è che sono molto più tranquille perchè lo dicono subito in famiglia e agli amici, però gli manca la coscienza della propria identità sessuale. E in questo dovremmo agire noi come associazione e le istituzioni, le scuole innanzitutto. Una delle prime battaglie portate avanti dall’associazione è stata quella relativa alla visibilità, cioè uscir fuori, il coming out, dire: «Ci sono anch’io». Alle giovani di adesso manca un certo procedimento, manca la coscienza che la loro serenità è stata conquistata negli ultimi dieci anni; vanno magari al gay pride, ma non sanno come è nato; manca il fatto di avere una coscienza sessuale di se stessi e spesso non sanno la differenza tra omosessuale, bisessuale, transessuale, transgender… Manca insomma un’informazione identitaria, affettiva, sessuale, che dovremmo veicolare noi come associazione, ovviamente, ma dovrebbe essere anche fornita dalle scuole. Dovremmo arrivare al punto di vivere in una società in cui la coppietta fa il bambino e all’ospedale il medico gli dice: «Suo figlio potrebbe nascere sano o malato, c’è questa percentuale, sarà una femminuccia, sarà un maschietto, potrebbe essere gay, potrebbe essere lesbica, potrebbe diventare un transessuale». La gente deve sapere che il nascituro potrebbe avere anche altre identità.

Le istituzioni, le scuole, la cultura dovrebbero comprendere l’omosessualità. Secondo me fin dalle scuole elementari bisognerebbe parlare di “diversità”, anche attraverso statistiche, dicendo: «Il 10% della popolazione è gay… quindi almeno una persona in ogni classe potrebbe essere gay». Almeno far conoscere, far sapere che non è una devianza, non è una perversione o una malattia, ma un modo di essere. Soltanto attraverso l’educazione si può cambiare la società, non c’è nessun altro modo. Anche se in questo momento la vedo un po’ dura, facciamo molta difficoltà… non ci fanno proprio entrare nelle scuole come associazione. Addirittura una volta un preside ci ha detto: «Guardate che io in questo istituto non vi ci volevo, ricordatevelo bene».

Se ci sono stati episodi di violenza nei confronti delle lesbiche a Udine? Non ne ricordo, a parte l’anno scorso che ci hanno distrutto un gazebo a Friuli Doc. Avevamo fatto presenza alla manifestazione come associazione e, già nel momento di costruzione del gazebo, sono passati dei ragazzi che han cominciato subito a dire: «Froci di merda!». E lì ho pensato: «Cominciamo bene…». Poi durante la giornata passavano, lanciavano qualche sfottò che ovviamente lasciavi perdere, ma durante la notte, quando i gazebo rimanevano lì incustoditi, il nostro è stato distrutto, l’unico in tutta la manifestazione.

Penso che a livello sociale il maschio gay sia più deriso, perché viene visto debole, mentre la donna lesbica faccia più paura. L’uomo è più facilmente preda degli sfottò perché, anche se poi non è così, viene visto come carente della machosità, della mascolinità. Le donne no, magari freddezza mista a repulsione, ma non noto grandi sfottò. E non credo che gli uomini discriminino più delle donne, magari lo esternano più facilmente, mentre le donne sono più contenute, ma discriminano tutti allo stesso modo.

Se ho mai ricevuto offese dagli uomini per la mia omosessualità? No, non ho mai vissuto grossi episodi in questo senso, a parte i soliti inviti poco simpatici da parte di ragazzi che mi vedevano girare con la mia ragazza. Purtroppo fino a poco tempo fa era inconcepibile per tutti, anche per le donne stesse, che due donne potessero fare sesso senza il “contributo” maschile. Appunto per questo la lesbica è sempre stata più tollerata rispetto al gay, perchè si pensava che due donne non potessero fare granché, che fosse un sesso per modo di dire.

Per quanto riguarda i Pacs sono d’accordo. Come lo sono per il divorzio, per l’aborto, ecc. questo non significa che per forza abortisco, non significa che divorzio, non significa che mi sposo. E’ un’opportunità in più, è un diritto in più… i diritti in più non fanno mai male, sono i diritti in meno che fanno male. Sono d’accordo anche per i matrimoni, ma in Italia è impossibile anche solo pronunciarla questa parola… come sono favorevole alle adozioni, ma anche qui, prima di trent’anni non se ne parla! Eppure ci sono degli studi, americani ovviamente, che riportano statistiche di coppie omosessuali con figli e dimostrano come i figli di omosessuali siano meno violenti, amplificano le proprie prospettive di vita per quanto riguarda la scelta di un futuro, nel vestire sono molto più liberi. L’unica cosa sulla quale sicuramente si marcerà sopra presentandola come negativa, è il fatto che c’è una più alta percentuale di omosessualità, ma non perché sia una malattia che si trasmette, semplicemente perché; chi è omosessuale sul serio ha più facilità ad uscir fuori, perché è già compreso nella sua mentalità.

Se sono stata al World Pride di Roma nel 2000? Certo che sono andata ed è stata una figata, c’era una folla! Lì è stato il primo pride per molti, anch’io ne ho convinte un paio… 200.000 persone! In Italia non c’è mai stata una cosa così, voglio dire, il primo record nazionale che abbiam fatto è stato quest’anno a Torino con 50.000 presenze! Quello di Roma però, dal punto di vista del “praticarlo” è come se non lo avessi fatto perché non ci si muoveva: c’era talmente tanta gente sparsa su un percorso che non era molto lungo, che nessuno riusciva a muoversi… Dovevamo arrivare al Colosseo, ma non l’ho nemmeno visto! Tuttavia è stato entusiasmante perché quella è stata davvero una sfida, col Vaticano che ci dava contro, non ci aveva invitati o meglio proprio non ci voleva, la stampa che ci aveva montato su un casino della Madonna. E lì ho visto per la prima volta la partecipazione di etero alla manifestazione: ricordo di aver visto una coppia etero con bambino in carrozzina che ci dicevano addirittura: «Noi siamo cristiani, non cattolici, e siamo venuti a dimostrare che siamo con voi». E infatti credo che la cosa importante sulla quale dovremmo puntare noi, come associazione, è coinvolgere la società, facendo in modo che vengano a manifestare con noi molti più eterosessuali, non soltanto ad assistere. Dovremmo trovare delle cose per cui debbano manifestare assieme a noi anche loro, anche nelle cose che facciamo noi a livello locale come associazione.

Mi ricordo che i primi Gay Pride la gente ti guardava come l’orso, venivano lì scettici, dietro la finestrella pensando: «Chissà come sei fatto?». Poi man mano negli anni la gente ha cominciato a partecipare sempre di più. Ad esempio ricordo un aneddoto divertente successo un paio di anni fa al Pride di Grosseto: c’era un po’ di gente, ma non una folla, Grosseto non è una città molto grande, sarà più o meno come Udine. Ricordo che su un carro c’era una ragazza vestita di pelle, un po’ sado insomma, e al bordo della strada tra il pubblico ho visto due signore ottantenni che parlavano tra loro e guardavano… allora sono andata a provocare e ho detto: «Avete visto com’è vestita questa?». Loro mi guardano e mi fanno: «No, no… volevamo uno di quei bigliettini che buttano dal carro…», e c’erano due maschioni mezzi nudi sopra al carro che buttavano i bigliettini… E sono rimasta davvero di merda! Io pensavo che guardassero la ragazza vestita di pelle nera… macchè, non gliene fregava niente di lei, loro guardavano i maschioni!

Questi sono episodi che ti riempiono il cuore… tante volte penso che abbiamo molti pregiudizi anche noi omosessuali. Siamo talmente abituati a doverci difendere che tante volte non ci rendiamo conto che spesso i pregiudizi della gente sono superati.

A livello locale è chiaro che tutti possiam fare qualcosa, le cose sono cambiate. A livello nazionale purtroppo siamo in uno stato laico che veramente laico non è, questo è il problema. In Italia purtroppo non c’è un Zapatero, ovvero un politico che fa quel che promette. E poi c’è un Vaticano che è molto forte e, aggiungerei, anche molto violento, cioè la gerarchia ecclesiastica è molto violenta nei nostri confronti. Io personalmente mi sono sbattezzata: intanto non ero più cattolica ma, a parte questo, la spiritualità che possiedo anche se non sono cristiana cattolica, non mi permette di avere un capo spirituale misogino, omofobico, che usa delle parole davvero violente. Se dici che il matrimonio gay significa l’eclissi di Dio, che distrugge la società naturale, che la società ha bisogno di figli e ci dà la colpa che gli eterosessuali non fanno i figli… e poi usa termini violenti come “le famiglie contro natura portano al suicidio l’umanità”, “abominevole distorsione dell’ordine naturale voluto dal Creatore”… Una persona che ascolta tutti i giorni queste parole, perché vengono riportate tutti i giorni sulla stampa e in tv, pian piano gli entrano sicuramente nella testa, e sono il germe per poi poter giustificare un tipo di violenza anche fisico. Noi dobbiamo combattere questi atteggiamenti. Alcune chiese protestanti hanno tutt’altra posizione, eppure il Dio è lo stesso. Qual è la verità?

Sono ottimista a lungo termine, credo nella vita… la vita è una cosa meravigliosa e noi siamo un’energia stupenda che non può finire. Ma nel breve termine c’è sempre il rischio di tornare indietro, soprattutto quando uno instilla idee violente… i disastri dell’umanità sono sempre successi così. Finché c’è qualcuno che replica, che fa rientrare la cosa e c’è la libertà di espressione, allora si può andare avanti… ma c’è sempre il rischio che questa libertà venga meno, oggigiorno, soprattutto controllando i mezzi di comunicazione di massa. Tutti noi abbiamo il dovere di vigilare e mantenere la libertà che ci è stata consegnata da chi ha sacrificato anche la propria vita: la gratitudine è una delle più alte forme d’amore.

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