UNA FARFALLA VIOLA – OMOSESSUALITA’ AL FEMMINILE

Intervista a Paola Brandolini, Presidente di ArciLesbica NAzionale
di Marinella Zetti

Il mondo Lgbt è molto composito, secondo alcuni persino troppo frammentato, del resto rispecchia una realtà molto complessa. Tra le molte associazioni che operano sul territorio, questa volta desideriamo raccontare la storia di ArciLesbica, un’associazione nata nel dicembre 1996 dall’evoluzione di ArciGay-ArciLesbica in due distinti soggetti, autonomi ma federati, costituita e composta esclusivamente da donne.

Il logo di ArciLesbica rappresenta due simboli di Venere che si intrecciano all’interno di due ali che vanno a formare una farfalla. Il colore del logo è viola che era quello delle suffragette, poi delle femministe ed ora è arrivato ad ArciLesbica e a tante altre associazioni di donne. Narrare ArciLesbica non è semplice, per questo abbiamo deciso di coinvolgere Paola Brandolini, presidente nazionale dell’associazione. Il suo mandato terminerà nel marzo del prossimo anno, quando ci sarà il congresso che deciderà il nuovo organigramma.

Paola è nata a Cesena e vive le sue passioni con grande partecipazione, da molti anni è impegnata nelle battaglie per i diritti delle persone Lgbt, in questa intervista non ci parlerà solo di ArciLesbica ma anche del suo coming out, di cosa significa essere lesbica in una Italia sorda alle richieste della Comunità e della situazione del Movimento.

Chi è Paola Brandolini? Quando e perché è entrata in Arcilesbica?

Ho 42 anni, compiuti da un paio di settimane circa, sono nata a Cesena dove ho vissuto sino all’età di 19 anni. L’Università mi ha portata a Bologna e qui sono poi rimasta a vivere e lavorare. Laureata in filosofia, mi occupo di responsabilità sociale di impresa. Appassionata sin dai 14 anni di ciclismo su strada amatoriale, l’ho abbandonato quando ho iniziato intorno ai 28 anni a fare attivismo lesbico. Difficile conciliare due passioni così grandi per me che tendo a vivere tutto con massima dedizione e soprattutto, quando devo chiedere a me stessa, non amo ‘le mezze misure’. Ma dal 2012, con il progetto Dyke on Bike, ho un poco unito ciclismo e politica, promuovendo iniziative di visibilità lesbica e ‘contaminazione’ dei territori attraverso la bicicletta.
Sono entrata in ArciLesbica, nel circolo di Bologna, alla fine del 2000, l’anno del World Pride a Roma e del Lesbian Pride a Bologna. Sono stata per diversi anni presidente del Circolo di Bologna, lo sono tutt’ora dopo una interruzione dal 2009 al 2013, in segreteria nazionale dal 2005, presidente nazionale dal marzo 2012.
Ho iniziato a fare coming out tardi rispetto alle tempistiche odierne, 24 anni agli amici e fratello, 27 ai genitori. Da lì è stato un progredire della mia consapevolezza, la consapevolezza che il lesbismo non poteva essere per me solo una dimensione privata. Che il lesbismo in sé ha un tale potere di rivoluzione culturale che per attuarsi autenticamente doveva essere vissuto nella sua piena visibilità doveva essere  agito come dimensione di liberazione sociale e culturale, non solo per lesbiche e gay in generale, ma anche per la società tutta, ingabbiata nelle regole e nei ruoli definiti dell’obbligatorio eterosessismo. Con ciò che questo significa in termini di oppressione della donna, di controllo sui corpi, di ideologie sulla famiglia naturale.
Perché ArciLesbica? E non un’altra associazione Lgbt mista, ad esempio? Perché ho capito, abbastanza presto, che affinché il lesbismo, l’omosessualità femminile, possa uscire dalla invisibilità, con la sua parola, i suoi volti, la sua cultura, è necessaria un’associazione di sole lesbiche che si autodeterminano nel rappresentarsi, che si organizzano e dialogano con il resto del mondo, maschile e femminile, in modo autonomo e indipendente.

Anche se ufficialmente nasce solo nel 1996, Arcilesbica affonda le sue radici nel movimento di liberazione della donna, perché nel 1994 avete deciso di entrare in Arcigay e nel 1996, dopo soli due anni, Arcilesbica si è staccata da Arcigay?

Esattamente, non siamo ‘entrate’ e poi uscite. Arcigay nel 1994 ha preso la denominazione di Arcigay-ArciLesbica, è diventata un’altra associazione che nella sua denominazione e nei fatti riconosceva l’importanza e l’azione della componente femminile al suo interno. Ma il conflitto di genere interno all’associazione, la volontà di molte delle lesbiche che facevamo politica in Arcigay-ArciLesbica di prendere parola in prima persona sulle loro battaglie e la convinzione che solo con un’associazione autonoma era possibile lavorare in modo più incisivo per la visibilità lesbica e contribuire più efficacemente a promuovere una società più aperta e inclusiva anche dello specifico lesbico, le ha portate a scindersi da Arcigay e a dare vita alla fine del 1996 ad ArciLesbica. ArciLesbica è stata dunque fondata, come scrive nel suo saggio Cristina Gramolini, in La storia del movimento lesbico in Italia, «da ex arcigay stanche della subalternità ai gay e da ex separatiste che volevano uscire dalla autoemarginazione». Ne nasce la prima associazione lesbica nazionale, costituita e composta solo da donne, con una organizzazione fondata su regole di democrazia diretta e sul principio della delega.

Cosa è cambiato in Italia da quel lontano 1996?

ArciLesbica è cresciuta e con essa la visibilità lesbica, in un contesto che vede sicuramente un aumento progressivo della consapevolezza delle persone Lgbt, un aumento della nostra capacità di migliorare la vita delle persone, con gli spazi aggregativi che siamo stati in grado di costruire, con la produzione della ‘nostra’ cultura, con una visibilità di piazza che ha portato alla costituzione di una identità comunitaria sempre più forte. La società è stata cambiata da noi, abbiamo resistito al ventennio berlusconiano e alla becera cultura che promuoveva, continuando a chiedere libertà e diritti, costruendo reti sociali e spazi di benessere e liberazione importanti.
Tuttavia, l’Italia rimane il Paese delle azioni parlamentari inconcludenti, delle leggi mai fatte, delle battaglie eterne con i poteri cattolici fuori e dentro il Parlamento e i governi. Ma continuiamo a esserci e a mio avviso a rappresentare quello strumento di liberazione sociale che il sistema democratico ancora per noi non riesce ad essere.

Come si svolge l’attività nei 19 circoli Arcilesbica presenti sul territorio nazionale?

I circoli sono impegnati a realizzare gli scopi dell’associazione: promuovere la visibilità e l’empowerment delle lesbiche,  promuovere cultura lesbica, lavorare per porre le istanze della parità di diritti, fare iniziative di sensibilizzazione contro l’omofobia dirette alla comunità Lgbt ma anche alla cittadinanza tutta, dialogare con le istituzioni locali per cercare di introdurre tutte le possibili aperture e spazi a una cittadinanza veramente inclusiva e democratica.

Vi sono ragazze che si rivolgono a voi? Quali i motivi principali?

Molte si rivolgono a noi per trovare loro simili con cui confrontarsi con cui ‘fare comunità’, per trovare quella condivisione che ci rende più forti e spesso ci aiuta ad accettarci e a superare l’iniziale omofobia interiorizzata. Si rivolgono a noi perché trovano in noi qualcuno che parla di loro, di noi, con la cultura, con il linguaggio, con uno spazio di centralità. Di queste, molte partecipano e fruiscono, altre, sempre più, agiscono e costruiscono insieme a noi la nostra azione politica

Le persone che non fanno parte del mondo Lgbt non capiscono la frammentazione del Movimento che su argomenti diversi assume posizioni diverse, qual è, a tuo parere la causa di questa frammentazione?

Spesso la frammentazione è data da una diversità di opinioni sui passi intermedi al raggiungimento dei pieni diritti, o sulle modalità di interlocuzione con il potere politico o, con uguale valore, a mio avviso, dalla volontà di protagonismo ed egemonia delle associazioni stesse: sarà che quando si lavora tanto e duramente, e spesso in modo frustrante, per combattere contro l’ingiustizia, si pretende un riconoscimento dal mondo e dagli interlocutori diretti che a volte fa dimenticare gli obiettivi finali comuni a tutti e tutte. Voglio essere ottimista.

Pensi che la frammentazione del Movimento Lgbt rappresenti una forza o sia un elemento penalizzante per l’acquisizione dei diritti delle persone omosessuali e transgender?

È penalizzante, ma sono certa che non sia la causa della situazione vergognosa in cui si trova l’Italia in questo ambito. E credo sia importate non cedere a questa facile interpretazione che tra l’altro è tanto cara ai politici, anche a nostri amici talora, per spiegare come mai, loro poverini e gran lavoratori per la nostra causa. nulla son riusciti a fare per noi. La responsabilità è nostra che siamo divisi, nostra che chiediamo le cose sbagliate nel momento sbagliato, nostra che non sappiamo agire. La responsabilità è di chi a ha il potere e il dovere di fare ciò che l’Europa chiede da anni, di chi è inadempiente perché debole e succube di poteri clerico-fascisti: realizzare i principi di dignità personale e uguaglianza contenuti nella Costituzione è prima di tutto compito dei governi e dei parlamenti. Se non ci riescono devono mettere in discussione il loro criterio di giustizia.

In Arcilesbica vi è una forte anima separatista che tende a isolarsi dalle altre realtà, non pensi che in questo momento sia necessario condividere per coinvolgere nel dibattito il maggior numero di persone?

Non sono d’accordo con questa tesi. ArciLesbica ha una forte identità politica lesbica che dialoga da anni con il mondo trans (che può tesserarsi da noi), con i gay, con le femministe, con il sindacato, con i partiti. Siamo ‘diffuse’ nella società a vari livelli istituzionali e non. Questa è stata la sfida sin dall’inizio: entrare nella polis con la nostra specificità e contaminare il mondo anche costruendo reti e alleanze con contesti assolutamente diversi da noi. Certamente oggi la necessità nostra e di tutto il Movimento è sempre più quella di costruire alleanze con tante soggettività impegnate nella stessa lotta di civiltà che stiamo facendo noi, anche se su temi diversi. E questa è una sfida sempre difficile e che ancora non ha ottenuto risultati soddisfacenti.

Il 21 settembre si è tenuta l’assemblea nazionale che ha il compito di delineare i temi che saranno sul tavolo del Congresso Arcilesbica che si svolgerà tra aprile e marzo 2015, quali le tendenze emerse e quali gli argomenti centrali?

L’assemblea ha deciso che il Congresso 2015 sarà a Cagliari, dal 27 al 29 marzo. Tutti i circoli potranno portare i loro contributi alla definizione del documento politico che dovrà guidare i prossimi tre anni dell’associazione. Promozione di una cultura che forma e fa discutere facendo crescere consapevolezza e maturità politica, diritti, formazione, consolidamento dei rapporti istituzionali al fine di costruire nuovi spazi di libertà e superamento dell’emarginazione sempre mantenendo il nostro ruolo di autonomia e critica sociale, una più efficace azione di comunicazione e promozione del valore di un lesbismo autonomo e indipendente,  questi sono alcuni dei temi che andremo a sviluppare.

(L’Indro – 29 settembre 2014)

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By ArciLesbica Udine